Petrolio sotto 60 dollari e OPEC pessimista, il cartello ha perso la bussola


La domanda di petrolio per quest’anno crescerebbe di 1,1 milioni di barili al giorno, mentre l’offerta di 1,97 milioni. Sono i due numeri contenuti nell’ultimo report dell’OPEC, che segnalano il pessimismo del cartello guidato dall’Arabia Saudita sulla capacità del mercato di bilanciarsi nei prossimi mesi, consentendo alle quotazioni di risalire stabilmente. Invece, queste sono finite da settimane sotto 60 dollari per il Brent, “bruciando” i guadagni che il greggio aveva messo a segno sin dall’inizio dello scorso anno.

Rispetto all’apice toccate nell’ottobre scorso, cede quasi un terzo del suo valore.

Cinque anni di tagli alla produzione non sono bastati a far tornare le quotazioni su livelli che possano considerarsi soddisfacenti per i principali produttori. Resta lontano il ricordo del 2014, quando un barile di Brent era arrivato a comprarsi a 115 dollari. Da allora, l’offerta mondiale è cresciuta di circa 2,5 milioni di barili al giorno, ma non certo grazie ai membri dell’OPEC, che nel frattempo hanno lasciato la loro complessivamente invariata, scendendo di recente sotto i 30 milioni. Sono stati gli altri produttori ad estrarre più greggio dai pozzi, con gli USA a guidare la classifica con circa 3,3 milioni di barili al giorno in più rispetto alla fine del 2014.

Riserve in dollari e petrolio, perché la Russia le aumenta e l’Arabia Saudita le riduce

E a giugno, mentre a Vienna il cartello decideva di estendere di altri 9 mesi il taglio dell’offerta, gli stock di greggio accumulati dai suoi aderenti salivano di altri 31,8 milioni, attestandosi a circa 67 milioni al di sopra della media quinquennale. Questo significa che non solo l’OPEC sta tenendo bassa la propria produzione, ma che questa nemmeno finisce interamente sul mercato, venendo in parte accantonata a riserva per il futuro, così da non deprimere ulteriormente le quotazioni.

OPEC sempre meno incisiva sui prezzi

La strategia sin qui seguita dall’Arabia Saudita si è rivelata perdente. La discesa dei prezzi non è stata evitata dall’auto-restrizione, come dimostra il fatto che a inizio 2016 questi crollarono sotto i 30 dollari per la prima volta dai primi anni Duemila sui timori per il rallentamento dell’economia cinese.

A contribuire a tenerli bassi vi è stato certamente il super dollaro, correlato negativamente con le quotazioni della materia prima. Ad ogni modo, prezzi giù e produzione OPEC ferma o calante nell’ultimo lustro, mentre l’America passa di record in record ed è ormai diventata la prima produttrice al mondo, pur non ancora autosufficiente per via della domanda ancora più elevata.

Cambio euro-dollaro verso 1,20 con il petrolio sotto 60 dollari

Il tonfo del barile riflette a sua volta anche un rallentamento globale divenuto palpabile in Europa e Cina negli ultimi trimestri e che s’incontra con un trend più strutturale, caratterizzato da un uso meno intensivo di combustibile fossile per la produzione di energia, grazie al boom delle rinnovabili e alla maggiore efficienza perseguita dalle principali economie avanzate. Una batosta per l’OPEC, che alla fine del 2014 sperava di mantenere intatte le proprie quote di produzione e di allontanare lo spettro di un concorrente americano sempre più temibile attraverso la “santa” alleanza tra sauditi e russi, che insieme fanno un quinto dell’offerta mondiale.

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Strategie di vendita ai tempi delle fast fashion: i trucchi dei negozi per vendere di più


A chi non è mai capitato di entrare in un negozio di abbigliamento, trovare un abito di interesse e ripromettersi di tornare a provarlo in seguito poi, magicamente, dopo qualche giorno il vestito è scomparso? Si tratta di vere e proprie strategie di vendite delle «fast fashion», i grandi store di abbigliamento che usano determinati trucchi per vendere di più. Ne ha parlato di recente Il Corriere in un articolo. 

Dal ricambio di merce settimanale all’arredamento

Le «fast fashion» basano la propria strategia di vendita proprio sul ricambio di merce settimanale, i capi vengono sostituiti con facilità e quelli invenduti vengono ritirati. Il motivo di tutto ciò? Ovviamente spingere il cliente ad acquistare subito l’abito o il capo adocchiato per evitare di vederlo sparire in breve tempo. Inoltre, cambiando settimanalmente la merce nel negozio, il cliente sarà invogliato a tornare spesso perchè sa che ogni volta troverà cose nuove. Oltretutto i capi vengono spostati di volta in volta anche nella disposizione così da creare sempre quella sorta di effetto novità nel cliente. Molto peso ce l’ha anche l’arredamento usato negli store; la maggior parte delle volte chiaro e neutro ma studiato proprio per adattarsi a tutti i capi e rendere l’atmosfera rilassante in modo da prolungare la sosta dei clienti. 

Il reparto donna è quello che fattura di più

Un’altra strategia è quella di inserire il reparto donna sempre all’ingresso perché è quello che porta più fatturato; le donne entrano con l’intenzione di dare un’occhiata e spesso escono con interi sacchetti di abiti. I capi più alla moda, ovviamente, vengono messi in bella vista mentre quelli basic un po più nascosti. Il fattore prezzo incide. 

Un’altra strategia di vendita è data dalla musica che riesce quasi ad accompagnare all’acquisto il cliente e ovviamente cambia in base al target. C’è poi il particolare degli specchi utilizzati nei camerini, spesso ben illuminati e fatti in modo da slanciare la figura e in modo da rendere meno visibili i difetti; insomma fanno sembrare più magri e la luce rende la pelle più luminosa. 

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Perché il cambio euro-dollaro adesso punta a scendere sotto 1,10


Il cambio euro-dollaro è sceso venerdì ai livelli più bassi dall’inizio di agosto, sgonfiandosi decisamente rispetto a quell’1,12 a cui era risalito nelle prime sedute del mese, quando le tensioni commerciali tra USA e Cina montavano e Pechino reagiva all’imposizione di dazi di Washington con la svalutazione del cambio. Anzi, il cross sta dirigendosi adesso in area 1,10, tanto che secondo Bloomberg sarebbero cresciute al 49% le probabilità di una discesa sotto 1,10 entro la fine del mese.

Cosa sta succedendo?

Quando l’amministrazione Trump aveva annunciato dazi su 300 miliardi di dollari di merci cinesi, il mercato non l’aveva presa bene, temendo un’escalation commerciale a detrimento della crescita globale. A rafforzare i timori vi era stata la svalutazione dello yuan. Da questi atti, gli investitori avevano scommesso su un taglio dei tassi americani più vigoroso di quanto sino ad allora scontato. Poi, lo stesso presidente americano ha rinviato l’inasprimento delle tariffe, alleggerendo un po’ la tensione tra le parti nella settimana che sta per concludersi.

Il cambio euro-dollaro è tornato a indebolirsi proprio nei giorni scorsi e per tre ragioni sopra ogni altra. Innanzitutto, perché la curva delle scadenze negli USA si è invertita, segnalando il probabile arrivo di una recessione per l’economia americana da qui a breve. Lo stesso pil della Germania è arretrato nel secondo trimestre dello 0,1% rispetto al pil, allarmando gli analisti sul ripiegamento dell’economia tedesca, locomotiva d’Europa. Infine, proprio il rinvio dei dazi USA contro la Cina.

L’economia in Germania arretra, ma la sua vera crisi è politica

Eurozona più in crisi di altre economie

Nell’insieme, si ha un quadro sfavorevole alla congiuntura globale, ma mentre l’economia americana sembrerebbe al momento reggere dopo oltre un decennio di crescita, le nubi si stanno addensando sull’Eurozona. In effetti, tra spiragli di trattative USA-Cina e allentamento monetario già in corso, non è detto che l’America avrà bisogno di un taglio dei tassi così vigoroso per scampare alla crisi. Più problematica la situazione dell’unione monetaria, esportatrice netta e per questo dipendente dalla congiuntura internazionale.

Peggio vanno le due principali economie mondiali, più deboli le prospettive per essa.

Sempre in settimana, il governatore finlandese Olli Rehn ha dichiarato che la BCE starebbe valutando l’avvio di un nuovo ciclo di acquisti netti di assets con il “quantitative easing” già al board di settembre, il penultimo dell’era Draghi. Dunque, se è vero che la Federal Reserve possa reagire con altrettanti nuovi stimoli monetari, tali da annullare gli effetti rialzisti sul dollaro, dall’altra parte è pur vero che le condizioni macro non autorizzerebbero ad oggi l’adozione di provvedimenti eccessivamente espansivi negli USA, al contrario dell’Eurozona, dove il rallentamento del pil lascia temere una imminente recessione. Quello a stelle e strisce continua a salire al ritmo di oltre il 2% all’anno.

Per riepilogare, il cambio euro-dollaro si sarebbe indebolito per via del peggioramento della congiuntura mondiale, come segnalato dall’inversione della curva americana nel tratto 10/2 anni. Tuttavia, l’area in maggiore sofferenza appare per il momento quella della moneta unica, che va al traino del resto del mondo, non puntando sulla domanda interna come fanno USA e Cina. Da qui, la previsione di maggiori stimoli che verranno varati dalla BCE, rispetto a quanto farebbe la Federal Reserve. Per il momento, nemmeno il petrolio sotto i 60 dollari sta apprezzando il cross, contrariamente a quanto avevamo previsto che sarebbe accaduto.

Cambio euro-dollaro verso 1,20 con il petrolio a meno di 60 dollari?

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Sulla strada del Venezuela a causa della moneta sovrana: prezzi su, economia giù


Scaffali semi-vuoti, elettricità nelle case assente fino a 18 ore al giorno, pane diventato bene di lusso e un terzo della popolazione denutrito. E’ lo Zimbabwe del presidente Emmerson Mnangagwa, succeduto al dittatore Robert Mugabe dopo 36 anni abbondanti di potere e che aveva fatto sperare in almeno un cambio di passo di quello che fino a inizio anni Ottanta era noto come “paniere d’Africa”.

Invece, torna preponderante lo spettro dell’iperinflazione del 2008-’09, quando l’economia sud-occidentale africana fu costretta ad abbandonare l’emissione di una propria moneta, adottando come unità di conto e per le relazioni commerciali con l’estero di altre, tra cui il dollaro USA.

A giugno, Harare ha posto fine ai dubbi che serpeggiavano tra i 16 milioni di abitanti dello Zimbabwe, quando il governo ha imposto i dollari locali (noti anche come Zim-dollari) quale unico metodo di pagamento. Da allora, i problemi della già sofferente economia domestica si sono aggravati. Di dollari americani se ne trovano sempre di meno per importare beni dall’estero, mentre nessuno crede al valore di quelli elettronici ed equiparati negli ultimi anni ai biglietti verdi. Il loro valore è crollato di circa un quarto in poche settimane, contribuendo ad alimentare l’inflazione, esplosa al 176% di giugno (era al 4% un anno prima), anche se per alcuni analisti la crescita tendenziale dei prezzi sarebbe già intorno al 500%. Su base mensile, i prezzi sono lievitati del 39,3%.

Si consideri che si ha l’iperinflazione per definizione, quando la crescita mensile risulta di almeno il 50% per due mesi consecutivi. Intanto, il pil quest’anno dovrebbe arretrare di oltre il 2% già stimato dal governo. Questo, in un’economia dalle stesse dimensioni di inizio anni Ottanta, vale a dire che non è cresciuta in circa 40 anni.

Zimbabwe svolta dopo 40 anni e tende la mano ai bianchi, ma il mercato resta guardingo 

Cattiva gestione dell’economia

Proteste sono divampate nel paese e concentrate nella capitale contro l’aumento del carburante per effetto dell’innalzamento delle accise, prontamente represse dal governo, che mostra il suo lato più anti-democratico e non affatto dissimile da quello di tre decenni e mezzo di dittatura.

Quella dello Zimbabwe resta la storia di una cattiva gestione dell’economia e che passa per una moneta sovrana, reintrodotta dopo oltre un decennio per arginare i problemi venutisi a creare con l’adozione di una valuta straniera troppo forte per i commerci, ma che si mostra afflitta da una gravissima carenza di credibilità diffusa tra chi la dovrebbe utilizzare per i pagamenti. Nessuno si fida del governo, ovvero del fatto che stampi solamente le banconote necessarie agli scambi e non finisca per monetizzare l’eccesso di spesa, pari a oltre l’11% del pil nel biennio scorso, circa 10 volte in più dell’ultimo bilancio approvato nell’era Mugabe.

La crisi fiscale genera squilibri della bilancia commerciale, il cui passivo sfiora la media annua del 10% del pil. In assenza di una moneta propria, il disavanzo non è stato lenito dal deprezzamento del cambio. Da qui, la decisione di tornare a una unità di conto nazionale, senonché questa non gode della credibilità sufficiente per non essere percepita quale semplice carta straccia, finendo per alimentare l’esplosione dei prezzi, attraverso il costante indebolimento dei tassi di cambio contro le valute straniere. Harare è la dimostrazione che a risolvere i problemi non possono mai essere coloro che li hanno generati. Lo stesso dicasi per il povero Venezuela, da poco uscito da due anni di iperinflazione, ma senza che le prospettive economiche appaiano minimamente accettabili fintantoché al potere restino Nicolas Maduro e il suo regime di stampo “chavista”, fonte di caos e di pessima governance.

Sovranità monetaria, corsa agli sportelli delle banche e paura dell’iperinflazione

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La crisi del commercio e dei negozi ‘sotto casa’: sempre più quelli che chiudono


Continua la crisi dei piccoli negozi di quartiere, quelli che usiamo chiamare i negozi sotto casa. Da tempo il commercio online, abbinato al successo dei grandi centri commerciali ha ridotto all’osso i quartieri di quartiere che si sono ritrovati ad annaspare e non di rado a dover chiudere i battenti. 

La crisi dei negozi

Secondo un recente sondaggio condotto da SWG per Confesercenti è emerso che un negozio di vicinato su quattro prevede la chiusura a fine anno con bilancio negativo e due su dieci prevedono la riduzione della forza lavoro. Rispetto alle altre imprese, quindi, un numero inferiore pensa di chiudere con un bilancio positivo rispetto ad altre imprese (18% contro il 34%). I commercianti si sentono sfiduciati e percepiscono un rallentamento della domanda dei consumatori che, sempre secondo il sondaggio, spaventa più del fisco e dell’aumento dell’Iva. 

Secondo la Presidente di Confesercenti, Patrizia De Luise, “Il commercio di vicinato è ancora in uno stato di difficoltà, e scongiurare l’IVA non basta. I negozi sono le luci delle nostre città: non possiamo lasciare che si spengano. Lo ribadiremo anche oggi nell’incontro con il Ministro Salvini: è necessaria un’azione organica, ad ampio spettro, per restituire capacità di spesa alle famiglie e per accompagnare la rete commerciale nella transizione al digitale, creando le condizioni per una leale competizione con il canale Web. Servono e formazione continua per gli imprenditori, sostegno agli investimenti innovativi ed un riequilibrio fiscale per una concorrenza alla pari tra offline e online”.

Il ruolo del commercio online

In tutto ciò sicuramente un ruolo ce l’ha il commercio online che da tempo sta rubando una larga fetta di clienti ai negozi fisici. Sempre più persone, infatti, stanno cambiando le loro abitudini di consumo scegliendo di acquistare su internet, a partire dai più noti store come Amazon, per una questione di comodità ma anche di prezzi. Un dibattito che sta andando avanti da tempo e non di rado ha creato tensioni e punti di vista non sempre convergenti. 

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Aumento IVA: servono 23 miliardi per disinnescare le clausole di salvaguardia


La crisi di Ferragosto scatenata da Matteo Salvini potrebbe mettere la parola fine alle speranze di disinnescare l’aumento IVA previsto dal prossimo 1° gennaio. La crisi di governo attuale non ha che complicato ulteriormente le cose, rendendo difficile anche solo ragionare sugli eventuali provvedimenti per recuperare 23 miliardi di euro, quanto necessario per evitare che l’IVA passi dal 22 al 25 per cento all’inizio del nuovo anno.

Il fondamentale passaggio al Senato ha decretato la prima sconfitta in Senato per il Centrodestra, battuto dalla nuova maggioranza parlamentare composta da Movimento 5 Stelle e Partito democratico. Le due forze politiche hanno votato compatte per il no alla discussione della mozione di sfiducia del premier Giuseppe Conte già oggi (14 agosto), rinviando il tutto al 20 agosto.

Il disegno di Matteo Renzi

Nelle ultime ore, si fa strada l’ipotesi di un governo istituzionale guidato dalla maggioranza venuta fuori nel tardo pomeriggio di ieri al termine della votazione al Senato. I 5 Stelle sembrano abbiano raccolto in maniera positiva l’assist lanciato loro da Matteo Renzi, secondo cui oggi è fondamentale mettere in sicurezza i conti degli italiani. In un’intervista al Corriere della Sera, l’ex Presidente del Consiglio ha affermato come andare al voto oggi sia una follia. Secondo il senatore del Partito democratico, le urne a ottobre significherebbero con certezza l’aumento dell’IVA al 25 per cento. La conseguenza più immediata sarebbe l’entrata in recessione del nostro Paese, un’eventualità che l’ex segretario del Pd vuole scongiurare a tutti i costi.

Cosa comporta l’aumento dell’IVA

Secondo le prime stime, l’IVA al 25 per cento dal 1° gennaio 2020 comporterebbe una spesa aggiuntiva per ciascuna famiglia italiana pari a 1.200 euro, per molte di loro una cifra insostenibile. L’aumento dell’IVA causerebbe anche maggiori difficoltà alle piccole-medie imprese, con i negozi che chiuderebbero i battenti da un giorno all’altro. Inoltre, il rischio di recessione paventato da Matteo Renzi in queste ultime ore sarebbe molto concreto.

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La crisi argentina è un pessimo battesimo per Lagarde alla BCE


Quella che si conclude oggi è stata una settimana da incubo per l’Argentina, che resterà negli annali delle cronache finanziarie non solo nazionali. Il tasso di cambio tra pesos e dollari è crollato del 21% rispetto al venerdì scorso, mentre la Borsa di Buenos Aires ha perso un tondo 30%. In crollo verticale anche le obbligazioni di stato, con il titolo a 100 anni ad avere accusato un sobrio -37%.

Cos’è successo? Domenica scorsa, le elezioni primarie hanno decretato la sconfitta del presidente Mauricio Macri e della sua coalizione di centro-destra di ben 15 punti percentuali verso il candidato peronista Alberto Fernandez, che corre per la presidenza in tandem con l’ex capo dello stato Cristina Fernandez de Kirchner, entrambi su posizioni ostili al mercato e alle riforme.

Il ritorno al passato è figlio della grave crisi economica in cui è sprofondata nuovamente l’Argentina, dove la recessione continua a mordere, l’inflazione è esplosa al 55% e il tasso di povertà è salito al 35%. Le riforme economiche attuate dal governo, per quanto necessarie per risolvere i disastri ereditati proprio dall’era Kirchner, si sono rivelate impopolari e, soprattutto, lente nel rilasciare i loro effetti benefici per il paese. A ciò ha contribuito l’eccessivo gradualismo con cui Macri ha cercato di far transitare l’economia, che alla fine ha stancato gli stessi mercati oggi spaventati dalla prospettiva assai concreta di una presidenza Fernandez.

L’Argentina guarda a oro e Bitcoin contro il collasso dei pesos

Terzo default in vista per l’Argentina

E adesso si teme il default. Sarebbe il terzo dalla fine del 2001. I titoli che garantiscono gli investitori contro tale rischio si sono impennati dai circa 1.000 punti di una settimana fa ai 2.777 di mercoledì. Ciò corrisponde a una probabilità attesa di fallimento del 46% entro un anno e di oltre l’80% entro 5 anni. Un pessimo biglietto da visita per Christine Lagarde, che si accinge ad assumere la presidenza della BCE dall’inizio del prossimo novembre.

La francese è stata l’artefice dell’ultimo pacchetto di salvataggio in favore dell’Argentina, varato nel 2018 e che ha stanziato 56 miliardi di dollari, l’importo più elevato di sempre mai sborsato dal Fondo Monetario Internazionale con un unico piano.

Come sempre, gli aiuti sono arrivati in cambio di riforme, che all’impatto hanno avuto gli effetti collaterali previsti, a causa del taglio della domanda interna richiesto per ridurre sia il deficit fiscale che il disavanzo delle partite correnti, quest’ultimo arrivato al 5% del pil.

La stessa Lagarde ha dichiarato che l’istituto avrebbe “sottovalutato i problemi dell’Argentina”. La verità è che la donna si è imbarcata in un’operazione a sostegno della presidenza Macri, che rischia di tradursi in un boomerang politico e finanziario per Washington. Sì, perché che si trattasse di un fallimento annunciato lo aveva segnalato la storia argentina. Quello dello scorso anno è stato il 22-esimo piano di salvataggio in favore di Buenos Aires negli ultimi 60 anni. Ad eccezione di pochissimi anni, l’Argentina ha sempre vissuto sin dalla fine del peronismo sotto l’assistenza finanziaria dell’FMI e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Argentina senza speranza, mercati nel panico

In gioco la credibilità della BCE

Non che siano sbagliate le ricette dell’istituto, semmai il governo non è mai parso in grado di tradurle in politiche stabili e ogni salvataggio ha esitato nel concreto instabilità politica, rabbia sociale e sfiducia dei mercati verso la capacità del paese di uscire dalla sua crisi cronica. E’ stato così anche stavolta, con la differenza che rispetto ai precedenti 21 piani di assistenza, qui l’FMI ci aveva scommesso alla grande, sborsando risorse gigantesche. Lagarde si è mostrata, quindi, perdente nell’azzardo e questo dopo che aveva pasticciato con la Grecia, sebbene verso Atene abbia segnalato posizioni assai più realistiche di quelle dell’Eurozona, benché ne dica la propaganda anti-FMI.

Per la BCE non sarà un fatto da nulla. Che al suo timone vi sia una personalità sconfessata dagli esiti dei due principali salvataggi internazionali degli ultimi decenni la direbbe lunga sulle sue effettive capacità di gestire situazioni critiche in maniera oculata e con esiti positivi.

C’è in gioco la credibilità della nostra banca centrale sui mercati, i quali potrebbero farsi passare per la testa di testare il piano anti-spread varato dall’uscente Mario Draghi nel 2012 per valutare fattivamente come reagirebbe la francese, reduce da due grandi sconfitte nel corso del suo ottennato all’FMI. E speriamo che non vi sia due senza tre.

La BCE della Lagarde sarà meno tecnica e più politica e alla Germania non piacerà 

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Vincita Superenalotto da 209 milioni di euro, come gestire una cifra così grossa?


La fortuna ha baciato Lodi a qualche giorno dal Ferragosto. Centrato il sei con il Superenalotto, che frutterà una vincita di ben 209 milioni di euro 160 mila euro e 441 euro a un ignoto cliente del bar Marino. Per la titolare, si potrebbe trattare di un turista. Di certo, la vincita è stata ottenuta con una sola schedina da 2 euro. Non un sistema, quindi, bensì un unico vincitore.

Una cifra immensa per chicchessia. Ad occhio e croce, un operaio impiegherebbe 10.000 anni per guadagnarsela, un italiano della fascia di reddito medio-alta non meno di 5.000. Naturale che il primo pensiero che frullerà nella testa del fortunato o della fortunata, dopo lo choc per la gioia, sarà su come impiegare una somma così elevata.

Se la dea bendata da, il fisco toglie. Per l’esattezza, l’importo superiore ai 500 euro sconta il pagamento di un’imposta del 12%. Ma non sarà ugualmente il caso di lamentarsi, perché quel sei continuerà a rendere quasi 184 milioni. Uno studio che, manco a dirlo, è stato pubblicato in America qualche giorno fa, ha messo in guardia i vincitori dei grossi jackpot negli USA, i quali a due anni dalla fortuna spesso si ritrovano più poveri di prima. Le cause? Cattiva gestione del denaro e sensi di colpa che spingono ad essere fin troppo generosi con gli altri.

Il primo obiettivo che bisognerebbe porsi quando s’intascano assegni con così tanti zeri sarebbe di garantirsi un tenore di vita alto anche nello scenario peggiore. Gli investimenti devono essere diversificati, per la stragrande maggioranza in assets qualitativamente elevati e sicuri e per una quota minoritaria in altri più rischiosi e per questo maggiormente remunerativi, almeno potenzialmente. Quasi scontato che si debba far ricorso a un consulente, che da esperto in materia saprebbe come impiegare i fondi. Tralasciando questo discorso, iniziamo con il dire che per garantirsi un flusso di reddito costante servirebbe puntare su un portafoglio obbligazionario variegato e a basso rischio.

Portafoglio obbligazionario con BTp 2037 e fondi Amundi: ho fatto bene a investirci?

Redditi certi e fissi da portafoglio obbligazionario

Esso dovrebbe essere composto da bond essenzialmente in euro, emessi da società e stati con rating medio-alto (non “junk”) e dalle scadenze crescenti nel tempo, così da beneficiare negli anni dell’effetto sostituzione, man mano che i vecchi titoli verranno sostituiti con titoli nuovi e, auspicabilmente, dai rendimenti maggiori.

Evitare come la peste i rendimenti negativi e le quotazioni troppo superiori alla pari. Accontentarsi, invece, di cedole anche basse, purché fisse e che garantiscano redditi certi. Da questo canale, il vincitore o la vincitrice dovrebbe essere in grado di mantenere un tenore di vita elevato. Certo, in questa fase risulta molto difficile comprare obbligazioni remunerative. Ma ci si potrebbe permettere eventualmente anche di spostarsi sulle scadenze più lunghe, seppure molto esposte al rischio di volatilità per il caso si optasse per il disinvestimento anticipato. Consiglio a titolo personalissimo: investire in bond “sicuri” il 60% del totale.

Oltre al portafoglio obbligazionario, puntare una quota non minima su altri beni fisici consolidati nei secoli: immobili e oro. I primi non stanno regalando soddisfazioni da circa un decennio, ma alla lunga il mattone dovrebbe reggere il valore del capitale investito, anche se dovremmo scordarci il boom dei decenni passati, quando la crescita della popolazione e l’inflazione alta ne spingevano le quotazioni. Il metallo è il bene rifugio per eccellenza e tende a proteggere contro il rischio di inflazione e tensioni internazionali di vario genere. Se le cose si mettono male, l’oro non tradisce ed è anche un asset molto facile da liquidare. Quanto investire? Il 10% negli uni e il 10% nell’altro.

Cosa faccio se ho obbligazioni con rendimenti negativi in portafoglio?

Non solo bond “sicuri”

Per il resto, bisognerebbe osare con un portafoglio obbligazionario più spinto, vale a dire composto da bond denominati in valute diverse dall’euro e i cui rendimenti si mostrino allettanti, al netto del rischio di cambio. Qualche titolo con rating medio-basso (“BBB”) andrebbe inserito, così come quelli emessi in valute locali o forti sui mercati emergenti.

E aggiungiamoci un pacchetto di azioni anch’esso diversificato su base geografica e settoriale, purché di società molto affidabili, meglio multinazionali con operatività in varie regioni del mondo, il cui capitale generalmente tende nel lungo periodo a sovraperformare il mercato. Un buon 10% in questi assets non sarebbe male!

Infine, liquidità. Una percentuale di denaro contante serve. Non alta, altrimenti il suo valore reale verrebbe intaccato dall’inflazione negli anni, ma quanto basta per affrontare imprevisti o per mettersi al riparo da eventi sfavorevoli sui mercati finanziari e non. Diciamo il restante 10%. A tale scopo, d’obbligo individuare più banche dalla massima solidità nelle quali parcheggiare la liquidità con l’apertura di conti correnti e deposito.

Le cedole incassate nel corso dell’anno (di bond e azioni) dovrebbero non solo essere godute in forma di redditi, ma in parte reimpiegate per aumentare il capitale investito e generare flussi futuri ancora più alti. Per esempio, se tutte le somme superiori a 100.000 euro all’anno fossero accantonate e le cedole ammontassero a complessivi 300.000 euro, i 200.000 euro eccedenti verrebbero reinvestiti e a loro volta genererebbero redditi dal secondo anno, e così via. Gli stessi immobili acquistati dovrebbero essere valorizzati con contratti di locazione o per attività di natura imprenditoriale, dai cui proventi verrebbero almeno coperti i costi di manutenzione e quelli tipicamente fiscali. Il resto eventualmente contribuirebbe anch’esso al tenore di vita.

Portafoglio di obbligazioni per ripararsi contro le incertezze?

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Università per futuri super ricchi: ecco quelle che sfornano ‘paperoni’


Spesso si pensa che tutte le Università siano uguali ma in realtà alcune sfornano futuri miliardari. Almeno questa è la tesi di Wealth-x che ha creato un rapporto in cui si considerano quelle facoltà che potenzialmente potrebbero produrre futuri Paperoni ossia super ricchi che possono vantare patrimoni superiori a 30 milioni di dollari.

Non solo Harvard

La maggior parte delle Università considerate dal rapporto, pubblicato da MarketWatch, e di cui parla Repubblica in un recente articolo, si trovano negli Usa ma non mancano eccellenze europee.

Quello che salta agli occhi, ovviamente, è che da alcune delle più note come Harvard ma anche Stanford sono usciti nomi noti tra i super ricchi. Nella top 20 ci sono anche quelle facoltà che avrebbero sfornato almeno 2mila paperoni a testa, Harvard addirittura 14mila arrivando ad un montante di 4.800 miliardi di dollari. Tra le prime tre, oltre ad Harvard, appunto, ci sono Stanford -da dove sono usciti Larry Page e Sergei Brin, di Google, e la University of Pennsylvania, da dove arrivano Elon Musk e Warren Buffett. In lizza anche la Columbia University, Northwestern University e Boston University mentre tra quelle pubbliche americane ci sono la University of Texas di Austin, Berkeley e UCLA.

Bisogna considerare che studiare in queste università non è per tutti, il rapporto fa notare che servono almeno 70 mila dollari l’anno per Harvard, dunque si tratta di facoltà per studenti che provengono da famiglie con redditi medio alti.

Le eccellenze europee

Poche le eccellenze europee: Cambridge, Oxford e Insead sono le Università europee che fanno parte di questa top 20 mentre tutte le altre sono statunitensi.

  1. Harvard University

  2. Stanford University

  3. University of Pennsylvania

  4. Columbia University

  5. New York University

  6. Massachusetts Institute of Technology

  7. University of Cambridge

  8. Northwestern University

  9. University of Southern California

  10. University of Chicago

  11. Yale University

  12. University of California, Berkeley

  13. University of Oxford

  14. Cornell University

  15. The University of Texas at Austin

  16. Princeton University

  17. University of Notre Dame

  18. University of Michigan

  19. INSEAD

  20. University of California (UCLA)

Leggi anche: Università: le facoltà dove si trova più lavoro e si guadagna bene

Classifica migliori Università 2019 secondo il Qs World University Rankings

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L’economia in Germania arretra, ma la sua vera crisi è politica


Il pil in Germania si è contratto dello 0,1% nel secondo trimestre rispetto ai primi 3 mesi dell’anno, mentre su base annua ha registrato una crescita dello 0,4%, quasi dimezzata dal +0,7% del primo trimestre. L’economia tedesca si avvicina così alla recessione “tecnica”, che formalmente scatta quando si assiste a una contrazione congiunturale del pil per due trimestri consecutivi. A tradire la locomotiva d’Europa sono state le esportazioni, conseguenza delle tensioni commerciali tra USA e Cina e della congiuntura internazionale meno favorevole.

Che la Germania si avvii verso la recessione non costituisce motivo di particolare preoccupazione per l’economia tedesca, che dall’uscita dalla crisi del 2008-’09 è cresciuta al ritmo medio annuo del 2%, centrando la piena occupazione e, addirittura, l’avanzo di bilancio sin dal 2014, caso unico quest’ultimo tra le grandi economie della Terra.

La Germania arranca, si prende una pausa dopo anni di crescita non esaltante, ma sufficiente a garantire un aumento del benessere ai suoi concittadini, anche quando tutto attorno traballava. Il vero problema dei tedeschi, però, in questa fase non è la crisi economica, bensì quella politica in corso e apparentemente senza sbocco immediato. Il governo federale si regge sulla coabitazione tra i due schieramenti tradizionali, che tra di loro praticamente nemmeno più si parlano e si tollerano a malapena. Entrambi sono in profonda crisi di consensi, con i conservatori della cancelliera Angela Merkel nettamente sotto il 30%, mentre i socialdemocratici appaiono sulla via dell’estinzione elettorale, scavalcati a sinistra dai Verdi e a destra dagli euro-scettici dell’AfD.

Pareggio di bilancio, addio? No, la Merkel in Germania punta solo a sopravvivere alla sua crisi di leadership

La maggioranza al Bundestag risulta paralizzata da mesi, ma ad essa non esistono alternative, almeno non praticabili. Se si andasse ad elezioni anticipate, infatti, i conservatori rischiano di perdere la cancelleria in favore dei Verdi e nel migliore dei casi dovrebbero allearsi con loro per continuare a governare. I soli liberali come alleati non basterebbero e ad oggi è escluso categoricamente che si possano imbarcare gli uomini dell’AfD.

La paralisi si concretizza nell’assenza di risposte alla crisi, prevista da almeno un anno. Le soluzioni allo studio ci sarebbero. In questi giorni, ad esempio, dal governo trapelano indiscrezioni sulla prossima legge finanziaria, che sarebbe caratterizzata da una minore austerità fiscale.

Germania senza timone

Nel 2018, la Germania ha chiuso con conti pubblici in attivo per l’1,7% del pil. Da quest’anno sono scattati aumenti degli stipendi pubblici dell’8% minimo e tagli alle tasse per una decina di miliardi di euro, ma nulla che prosciughi l’avanzo fiscale. Questo significa che Berlino dispone ancora di ampi margini di manovra sui conti per reagire alla recessione in corso, senza nemmeno trasgredire alla regola del pareggio di bilancio. C’è un problema: come investire queste risorse in eccesso? La Grosse Koalition sarebbe propensa a potenziare gli investimenti pubblici “green”, strizzando così l’occhio al crescente elettorato ambientalista. Ma si tratta di soluzioni non di lungo respiro, che se venissero realmente adottate, risponderebbero più all’esigenza di mostrarsi fattivi, che non di varare azioni lungimiranti per consolidare l’economia.

E se tra Trump e la Cina fosse tutta una farsa per punire la Germania?

Chi guarda alla Germania per scrutare un cambio di rotta sul piano delle politiche fiscali e dell’integrazione nell’Eurozona resterà deluso. Un governo debole e una cancelliera a fine corsa non possono vendere alcunché agli elettori, che contrasti con le loro convinzioni largamente maggioritarie. Al contrario, il rischio per i prossimi mesi, se non anni, sarebbe di un ritorno ai primi anni Duemila, quando Berlino sparì dal palcoscenico internazionale per concentrarsi sui suoi problemi interni, di fatto abdicando al suo ruolo di leader d’Europa e rafforzando i poteri dell’euro-crazia. Con l’aggravante che a Bruxelles i tedeschi hanno mandato la loro Ursula von der Leyen, priva di esperienza, carisma e apparentemente anche di capacità di tenere assieme un continente diviso su troppe tematiche.

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