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Come andare in pensione dopo quota 100? Draghi studia la riforma nel nome dell’equità

Come andare in pensione dopo quota 100? Draghi studia la riforma nel nome dell'equità

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Come andare in pensione dopo quota 100? Draghi studia la riforma nel nome dell’equità

Il premier Mario Draghi ne aveva fatto accenno nel suo discorso pronunciato al Senato in occasione del voto di fiducia: serve una nuova riforma delle pensioni. Ma stavolta non dobbiamo terrorizzarci, perché non si tratta di inasprire ulteriormente le regole per lasciare il lavoro; al contrario, si studia il modo per tendere a un sistema previdenziale più equilibrato ed equo. Non c’è molto tempo per riflettere, perché alla fine di quest’anno scade la sperimentazione triennale di quota 100, la legge fortemente voluta dalla Lega quando era al governo con il Movimento 5 Stelle e sposata anche dagli alleati.Grazie a quota 100, nel biennio 2019-2020 circa 170 mila lavoratori sono potuti andare in pensione a partire da 62 anni di età, se muniti di almeno 38 anni di contributi. L’uscita anticipata è stata e resta, quindi, di un massimo di 5 anni fino al 31 dicembre prossimo, considerando che l’età pensionabile ufficiale sia di 67 anni per uomini e donne. Questo significa anche, però, che dall’1 gennaio dell’anno prossimo scatta il cosiddetto “scalone” nel caso di mancato rinnovo di quota 100. Centinaia di migliaia di lavoratori si troveranno impossibilitati di andare in pensione anche per pochissimi giorni e dovranno attendere fino a un massimo di 5 anni in più.Riforma pensioni, i lavoratori temono lo “scalone” di 5 anni: colpiti i nati dal 1955Le misure alternative per andare in pensione primaQuesta potenziale iniquità va risolta. Il problema è come. Tra le ipotesi di cui si discute da mesi vi sarebbe quella di tendere a quota 101 o, più verosimilmente, 102. In pratica, si andrebbe in pensione sempre con 38 anni di contributi, purché con almeno 63-64 anni di età. Su questa prospettiva non c’è accordo tra i partiti. In particolare, il PD vi vede continuità con una legge-bandiera di Matteo Salvini e dopo anni passati a criticarla sarebbe paradossale che la appoggiasse. Lo stesso Draghi vorrebbe evitare di attirarsi le ire della Commissione europea, mai favorevole a quota 100, in quanto causa dell’innalzamento del debito previdenziale.Da qui, la ricerca di alternative più presentabili. Una sarebbe di potenziare una misura già prevista dalla riforma Dini del 1995, cioè di consentire l’uscita anticipata dal lavoro a 64 anni con l’assegno calcolato interamente con il metodo contributivo e indipendentemente dagli anni di contribuzione, purché l’assegno mensile percepito risulti non inferiore a 2,8 volte quello sociale. Poiché esso si aggira sui 460 euro per quest’anno, oggi come oggi la norma consentirebbe di lasciare il lavoro a 64 anni solo a coloro che potessero percepire non meno di 1.288 euro al mese. Obiettivamente, parliamo di una platea ridotta e con ogni probabilità composta da persone che non hanno svolto lavori usuranti e che risultano essere stati retribuiti sopra la media.I sindacati chiedono che la norma venga estesa, abbassando a 1,2-1,5 volte l’assegno minimo che il lavoratore dovrebbe percepire rispetto a quello sociale. Significherebbe concedere l’opportunità di lasciare il lavoro anche con un assegno inferiore ai 700 euro al mese, alla portata di molte più persone. Il fatto, poi, che il calcolo sarebbe interamente contributivo ridurrebbe le prestazioni previdenziali future dello stato, pur a fronte di un aumento immediato dei costi per via delle maggiori uscite.Riforma pensioni: quota 100, addio. Ecco le alternative possibiliOcchio alla spesaAltra possibilità, sempre avanzata dai sindacati, consisterebbe nell’ammorbidire le regole della pensione anticipata. Oggi, gli uomini possono lasciare il lavoro indipendentemente dall’età solo con 42 anni e 10 mesi di contributi, le donne con 41 anni e 10 mesi. Man mano che passano gli anni, anche in conseguenza della precarietà del lavoro questa norma appare sempre più irraggiungibile. Si vorrebbe altresì premiare il lavoro delle donne con contributivi figurativi per ogni figlio partorito, così come si punterebbe a valutare di più ogni anno di lavoro usurante. Ma al contempo, servirebbe un abbassamento della soglia per rendere la pensione anticipata realmente accessibile a molti più over 60.Discorso a parte merita il settore pubblico. Il ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, ha prospettato l’ipotesi di uno “scivolo” di 5 anni per consentire ai dipendenti statali di andare in pensione già a 62 anni, liberando il posto a favore delle nuove generazioni. Un’idea che certamente farebbe a pugni con l’equità ricercata, se nel frattempo si chiudessero le porte ai dipendenti del settore privato per anticipare l’uscita dal lavoro. Per non parlare del costo diretto che la misura avrebbe sulle casse pubbliche.Il problema delle pensioni in Italia va affrontato certamente con un occhio di riguardo all’equità, dopo il disastro provocato dalla legge Fornero, seguita da numerose salvaguardie per tutelare un numero crescente di categorie rimaste bloccate in uno stato di non occupazione e nel bel mezzo di duri anni di crisi. Per contro, l’Italia figura al vertice della classifica OCSE per spesa pensionistica pubblica sul PIL. Spendiamo quasi il 16% contro una media nell’area dimezzata. In Germania, questa voce assorbe poco più del 10%, in Francia il 13,5%. Dunque, c’è anche l’esigenza di non gravare troppo su un capitolo utilizzato più come una sorta di assistenza generalizzata a favore dei pensionati e anche dei loro familiari. Le pensioni in Italia, specie al sud, mantengono un tessuto economico fragile e privo di tutele per giovani, donne e precari. E così non va proprio.Pensione dipendenti statali a 62 anni: l’idea del ministro Brunetta discrimina tra i lavoratori[email protected] 


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