Carcere per i grandi evasori, con la sinistra al governo torna il tormentone sulle tasse

Dalla nascita del governo Conte bis o “giallorosso” è stato un susseguirsi di dichiarazioni e idee sull’imposizione di nuove tasse “di scopo” per finanziare voci di spesa. Il ministro dell’Istruzione, il grillino Lorenzo Fioramonti, ha lanciato l’ipotesi di stangare merendine, bibite gassate e biglietti aerei per aumentare lo stipendio degli insegnanti, mentre da Confindustria è giunta la proposta di tassare al 2% i prelievi di contanti al bancomat sopra i 1.500 euro al mese. E ieri, ha cercato di fare il punto sul tema delle tasse il premier Giuseppe Conte, il quale nel dichiarare che l’esecutivo sia impegnato a sventare l’attivazione delle clausole di salvaguardia da 23 miliardi di euro, cioè ad evitare aumenti dell’IVA, ha altresì rimarcato come sia suo obiettivo reperire risorse per tagliare il cuneo fiscale in favore dei lavoratori dipendenti e allo stesso tempo che andrebbe riscritto il patto fiscale tra stato e cittadino onesto, prevedendo il carcere per i grandi evasori.Aumenti IVA su alberghi e ristoranti e a carico dei contribuenti deboli: proposta 5 StelleA parte che il carcere sia già previsto per il reato di evasione fiscale, che scatta al raggiungimento di determinate soglie di reddito non dichiarato e di imposta non versata, il punto è che questo governo, nato ufficialmente per non aumentare la pressione fiscale a carico dei contribuenti italiani, si sta rivelando assetato del sangue di questi ultimi, in linea con quasi tutti i governi di centro-sinistra che lo hanno preceduto. Andata all’opposizione la Lega ed entrato in maggioranza il PD, ecco che il focus del dibattito politico si è spostato dal taglio delle tasse – addio alla “flat tax” promessa da Matteo Salvini – al tormentone sempiterno del contribuente infedele, al carcere per chi evade le tasse, a come far pagare tutti di più, con la (vana) speranza di far pagare un giorno tutti di meno.Di Maio frena su nuove tasseE che sul piano della comunicazione il tema fiscale stia sfuggendo di mano al nuovo governo lo segnala anche l’intervento di ieri del ministro degli Esteri e portavoce del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, che ha voluto precisare come obiettivo di questa maggioranza sia e debba essere la riduzione delle tasse, non il loro aumento. Bocciata l’idea di tassare merendine, bibite gassate e biglietti aerei. Peccato che la proposta arrivasse da un esponente dei 5 Stelle e che fosse stata esternata prima ancora della sua nomina all’Istruzione, un po’ come avere premiato Fioramonti per una idea, che adesso il leader pentastellato ritiene essere sbagliata.Il tintinnio di manette contro i grandi evasori s’inserisce in quel clima di voluto terrorismo fiscale, che sempre è stato creato ad arte dai governi di sinistra, specie guidati da Romano Prodi. Sembrava essere stato abbandonato con la stagione renziana, ma adesso che l’ex premier fiorentino ha ufficializzato la scissione dal PD, ecco che Nicola Zingaretti può concentrarsi su quello che al Nazareno è sempre riuscito meglio: spaventare i contribuenti. Ed ecco che rispunta la campagna di stampa, sapientemente supportata dalle principali testate, in cui si additano le dichiarazioni infedeli tra i mali storici dell’Italia.Conte convoca i sindacati per non proporre nulla, se non il solito aumento delle tasseTorna la campagna di criminalizzazione dei contribuentiA breve torneranno le statistiche sulla categoria “x” che dichiara tot, sul titolare del bar che risulta più povero dei dipendenti, assisteremo a nuovi blitz mediatici della Guardia di Finanza per stanare il malcapitato di turno che ometta di battere lo scontrino, tutto con l’obiettivo di giustificare la caccia all’ultimo sangue del contribuente avido, omettendo di fare i conti per l’ennesima volta con gli sprechi pubblici e una realtà economica depressa e declinante.Ed ecco che siamo tutti colpevoli e potenziali evasori fino a prova contraria, che il paradigma sia ridiventato in men che non si dica il mantra “se non hai niente da nascondere, perché mai sostieni l’uso del contante?” e che la colpevolizzazione dei contribuenti sia imprescindibile per stanare sul nascere rivendicazioni fiscali che vadano nel segno di un abbassamento delle aliquote e del numero dei balzelli in circolazione. In pochi giorni è stato svelato il bluff di un’alleanza – quella tra Movimento 5 Stelle e PD – che solo in apparenza è stata siglata sull’obiettivo di evitare un disastroso aumento dell’IVA. Sarà un 2020 con nuove tasse “bellissime” e tutte introdotte con scopi nobili, come l’aumento degli stipendi dei docenti. E assieme al bastone arriverà la carota di un’IVA non (del tutto) aumentata. Come dire che la massima aspirazione a cui possa puntare l’italiano sia ormai che le tasse non aumentino, non che diminuiscano.La tassa sul contante proposta da Confindustria è una truffa per i risparmiatori [email protected]  


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Rincari conti corrente: spese in aumento per il terzo anno consecutivo, quanto costano ora?

Nel 2018 tenere i soldi in banca è costato agli italiani 7,5 euro in più rispetto all’anno precedente. Lo afferma una recente indagine condotta da Banca d’Italia sulle spese dei conti correnti sostenute dalle famiglie del nostro Paese. Si tratta di un aumento di gran lunga superiore rispetto a quello registrato nei due anni precedenti (2017 e 2016), quando il trend era sempre stato positivo (+1,8 euro e +1,1 euro). In tre anni, quindi, mantenere un conto corrente bancario attivo costa in media 10 euro in più per ciascun italiano. Ad aumentare sono anche le spese per i conti correnti postali, i quali hanno subito un’impennata negli ultimi due anni. Infatti, nel 2017 l’aumento era stato pari a 2,1 euro, nel 2018 (anno di riferimento dell’indagine di Banca d’Italia) si è saliti a 4,9 euro.Perché i costi dei conti corrente sono in aumentoLo studio sui costi dei conti corrente affrontati dagli italiani nel 2018 ha portato alla luce tra le cause l’aumento dei canoni di base, oltre a una spesa più alta relativa ai canoni delle carte di debito. Ad avere un peso importante sulla crescita dei costi anche il numero più alto di operazioni bancarie effettuate dai correntisti. Banca d’Italia prevede negli anni futuri un ulteriore aumento delle spese, considerando il settore bancario come mercato scarsamente concorrenziale. Infine, bisogna sottolineare che i costi sostenuti dagli italiani per la gestione del concto corrente sono in media più alti rispetto a quelli che devono affrontare i cittadini dell’Unione Europea.Trend in controtendenza rispetto agli anni precedentiTra il 2013 e il 2015 il trend era stato completamente diverso. Sei anni fa i costi del conto corrente erano diminuiti di quasi 7 euro (-6,9), mentre nel 2015 la flessione era stata pari a 5,8 euro. Se si confrontano i dati con quelli del 2018, si può affermare che la spesa continua a essere più bassa rispetto al 2012.Leggi anche: Rincari conti correnti, bonifici e assegni: gli aumenti per famiglie, coppie e single


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La crisi del debito pubblico italiano con l’euro non ha rallentato la corsa, ecco i numeri

Erano gli inizi degli anni Novanta, quando l’Italia prendeva seriamente consapevolezza di avere un problema molto grosso con il proprio debito pubblico. La Prima Repubblica stava implodendo. Da allora, di acqua sotto i ponti ne è passata. Non si contano i governi di tutti i colori e per tutti i gusti che si sono succeduti. In apparenza, non c’è stato premier che non abbia stretto la cinghia, nemmeno quanti siano stati colpiti dall’infamia di comportarsi da spendaccioni. L’avanzo primario è una costante per i conti pubblici italiani, ma alla fine della fiera restiamo il secondo paese dell’Eurozona più indebitato dopo la Grecia e per ciò stesso continuiamo a rappresentare una minaccia “sistemica” per l’area, stando anche all’ultimo rapporto del Fondo Monetario Internazionale.La verità sul debito pubblico a luglio, impennatosi per giusta causaE dire che nell’euro eravamo entrati senza convinzione, semmai per agganciarci a stati virtuosi come la Germania e risparmiare sugli interessi, oltre che per non avere più seccature con la liretta. Qualcosa è andato storto; sarebbe da fessi non prenderne atto, se è vero che con il vecchio conio l’apice del nostro rapporto debito/pil venne raggiunto nel 1994 al 126% e che adesso stiamo al 133%.Negli ultimi 20 anni, il debito pubblico italiano è cresciuto in termini nominali dell’80%, cioè al ritmo medio del 3%. Nello stesso periodo, il pil si è espanso di un più contenuto 50%, cioè del 2% all’anno. In termini reali, la nostra crescita economica è stata di appena lo 0,5%, praticamente uno stato di perenne stagnazione. Detratto il tasso d’inflazione, il debito pubblico risulta così aumentato del 45%, cioè dell’1,5% all’anno, 3 volte in più del pil. E prima dell’euro? Nel decennio che va dal 1990 al 1999, il debito pubblico era salito di oltre il 100%, il pil di appena il 44%. Al netto dell’inflazione, la crescita dell’economia era stata dell’1,5% e quella del debito del 4,6%, anche in questo caso 3 volte più alta.Sul debito pesano le non scelteSignori, il fallimento dell’Italia nell’euro – si badi bene, non dell’euro – sta tutta in queste cifre. Siamo passati da una moneta all’altra, abbiamo risparmiato fiori di interessi sullo stock accumulato (il 12% del pil nel 1993, il 3,7% nel 2018), ritrovandoci con una velocità di crescita di quest’ultimo sostanzialmente invariata rispetto a quella dell’economia. Prima c’era stata un’espansione accettabile del pil, surclassata da quella del debito. Con l’euro è scomparsa la crescita dell’economia e quella del debito, pur moderata, è rimasta relativamente elevata.Ecco perché il debito pubblico italiano con questi numeri ci condanna all’austeritàSolo per farci un’idea, se dal 1999 avessimo mantenuto ogni anno il pareggio di bilancio, comportandoci un po’ come la Germania degli ultimi tempi, avremmo fatto crollare il rapporto debito/pil al 75%. Certo, probabile che il necessario aumento dell’avanzo primario avrebbe strozzato ulteriormente l’economia, deprimendo il denominatore, ma verosimilmente avrebbe fatto scendere più velocemente anche la spesa per interessi, che prima dei magheggi della BCE dal 2014 in poi si attestava in Italia alla media del 5% del pil o poco meno. E alla lunga avrebbe stimolato gli investimenti per via della maggiore fiducia sulla nostra solidità fiscale.Avremmo dovuto fare più austerità o ciò avrebbe finito per peggiorare lo stato dei conti pubblici? Probabile che la risposta risieda in due parole tanto abusate, quanto evase nel dibattito politico di questi decenni: riforme strutturali. La spesa pubblica avrebbe dovuto essere presa di petto con azioni lungimiranti, non tagliando qua e là i servizi e creando pure malcontento. E la stessa economia avrebbe dovuto essere sostenuta nel medio-lungo termine con liberalizzazioni, picconando la burocrazia, investendo in infrastrutture e privatizzando gli assets in mano allo stato. Avremmo avuto un po’ più di crescita, un po’ meno debiti e i mercati avrebbero forse cambiato idea su di noi, anziché tenerci nel mirino come lepri nel bosco durante la stagione della caccia.[email protected]   Condividi suSeguici su


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I prestiti a tasso zero esistono o nascondono qualche fregatura?

In questi mesi è tutto un susseguirsi di articoli di giornale, anche nostri, sul crollo dei tassi d’interesse per i mutui casa, mai così convenienti in Italia. Il costo del denaro è sceso ai minimi storici nell’Eurozona e questo consente a famiglie e imprese di indebitarsi a tassi infimi. Ma non ci sono solo i mutui ipotecari quali forme di finanziamento per i clienti. In generale, il mondo dei prestiti si mostra variegato, tra personali e finalizzati, con i primi ad essere concessi indipendentemente dall’uso che s’intenda fare del denaro ricevuto e i secondi legati all’acquisto specifico di beni e servizi. E’ soprattutto in relazione a questi ultimi che è in voga la formula dei prestiti a tasso zero, tra lo scetticismo e l’acquolina in bocca dei consumatori.Corsa alla surroga del mutuo nell’aria, col tasso fisso risparmiati 6.000 euro in un annoMa esistono davvero? Ovvero, ci sono istituti di credito o agenzie finanziarie disposti a prestare denaro senza ricavarci nulla e correndo anche il rischio di rimetterci nel caso di mancata restituzione del finanziamento? Per rispondere, dobbiamo partire da un paio di premesse. La prima riguarda la natura del tasso d’interesse: è il costo che un debitore deve sostenere per avere ricevuto liquidità da un soggetto creditore, il quale ha diritto per ciò stesso a una remunerazione. Se tutti i prestiti fossero a tassi zero, ci sarebbe una domanda tendenzialmente infinita di denaro, visto che non comporterebbe alcuna assunzione di costi.Secondariamente, è proprio la definizione di tasso a prestarsi a un uso variegato. Formalmente, tutti gli istituti che erogano prestiti sono tenuti a indicarne il T.A.N. e il T.A.E.G. Il primo è l’acronimo per Tasso Annuo Nominale, il secondo per Tasso Annuo Effettivo Globale. Il T.A.N. rappresenta gli interessi che il creditore applica al prestito erogato ed è espresso in forma percentuale e su base annua. Se fosse del 5%, significherebbe che il finanziamento ricevuto mi costerebbe il 5% all’anno. E il T.A.E.G.? Comprende anche gli altri costi, ad eccezione delle imposte e delle spese notarili, cioè anche le spese di copertura assicurativa, di apertura della pratica, di gestione, di perizia, di invio delle rate al domicilio, etc.La definizione di tassoPer questo motivo, il T.A.E.G. risulta sempre superiore al T.A.N. E poiché i costi diversi dagli interessi che esso include sono spesso fissi, cioè non legati all’importo erogato, tende a scostarsi dal T.A.N. in misura crescente per i piccoli prestiti, mentre sulle grosse somme la differenza tra i due tassi si riduce ai minimi termini. Detto questo, i prestiti a tasso zero si riferiscono al T.A.N. o al T.A.E.G.? La risposta appare ovvia: al primo. Nessun istituto ci rimetterebbe di tasca propria per coprire costi a favore del cliente, pur nel caso in cui decidesse per una qualche strategia di marketing di non percepire alcun interesse.Prestiti a tasso zero, ma esistono davvero? Ecco come evitare le fregaturePer questo, il prestito a tasso zero non significa anche che sia a costo zero, perché il T.A.E.G. risulterà sempre positivo. E se scoprissi che anche quest’ultimo fosse nullo? In casi rarissimi, potrebbe accadere che un rivenditore di beni o servizi stringa accordi con un’agenzia finanziaria per consentire ai clienti di fare acquisti a tasso zero e aumentare il proprio giro d’affari, mentre il finanziatore si fa una buona pubblicità, magari venendo premiato in futuro dagli stessi clienti e scelto per la richiesta di un nuovo prestito o mutuo. In più, proprio per non fare pagare al cliente alcun costo per il finanziamento, il rivenditore si carica delle spese istruttorie, assicurative, etc, azzerando effettivamente anche il T.A.E.G. Il più delle volte, però, confermiamo che per prestiti a tasso zero s’intende che ad essere nullo sia solo il T.A.N.Non si tratta di una fregatura, sebbene di per sé l’azzeramento dei costi raramente sia garantito. A meno che il rivenditore non faccia il furbo, cioè aumenti il prezzo del bene o servizio per il quale viene acceso il prestito, di fatto solo fingendo un accollo dei costi. Per questo, sarebbe opportuno stare attenti alle variazioni dei prezzi avvenute tra prima e dopo il lancio di un’offerta legata a un’operazione di credito al consumo, perché sono frequenti i casi di vere fregature, con clienti convinti di acquistare un prestito a costo zero, mentre stanno semplicemente pagando in partenza di più per l’acquisto finanziato.[email protected]  Condividi suSeguici su


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Miracolo della Grecia, che ora punta sulle banche per accelerare la crescita

L’era Tsipras è alle spalle da un paio di mesi e adesso al governo c’è il premier conservatore Kyriakos Mitsotakis, che oltre ad essere molto più rassicurante per l’Europa si mostra assai più appetibile per gli investitori e il mondo delle imprese. Il leader di Nuova Democrazia ha vinto le elezioni a luglio con un programma impostato su maggiore libertà economica, tagli alle tasse e privatizzazioni. E muove i suoi primi passi lungo queste direttrici, annunciando la riduzione del 22% dell’Enfia, l’odiata tassa sulle case, così come l’imposta sugli utili scenderà dall’anno prossimo al 24% dal 28% attuale, mentre quella sui dividendi verrà dimezzata al 5%. Inoltre, ha in mente di abbassare dal 22% al 9% la prima delle tre aliquote sui redditi delle persone fisiche, quella che grava fino a 10.000 euro l’anno. E l’IVA sulle costruzioni verrebbe sospesa per tre anni.La strada sembra giusta dopo anni di mancate riforme. Tra i punti nodali del programma di governo ci sono il via libera al progetto Hellenikon da 8 miliardi di euro, che consentirà la creazione di almeno 10.000 posti di lavoro, nonché il sostegno alle banche con l’apposizione di una garanzia pubblica sui crediti deteriorati ceduti, un po’ sul modello della GACS italiana. Sul punto Atene dovrà ricevere l’ok dell’Eurogruppo.La Grecia ha buttato oltre 100 milioni all’anno con il crollo dei rendimenti dei bondL’intento sarebbe di garantire la tranche meno rischiosa degli Npl, così da abbattere questi ultimi di una trentina di miliardi di euro dagli 80 a cui si attestano adesso, pari a ben il 45% dei crediti totali. Le esposizioni pubbliche ammonterebbero a 9 miliardi, ma non metterebbero a rischio la stabilità dei conti, considerando i 32 miliardi di liquidità disponibile, grazie agli aiuti europei non utilizzati e alle emissioni di bond quest’anno. Di fatto, la Grecia possiede 17 punti di pil, che le consentono di non avere alcuna necessità di rifinanziamento da qui ai prossimi 2 anni.Banche al centro della ripresaNella logica del governo, se le banche si sgravassero di parte dei crediti in malora, avrebbero modo di tornare a prestare denaro alle imprese e alle famiglie, sostenendo investimenti e consumi. E sul fronte della crescita, i dati appaiono positivi: il pil si è espanso dello 0,8% nel secondo trimestre, in forte accelerazione dal +0,2% del primo. Su base annua, è passato dal +1,1% al +1,9%, confermando le previsioni della banca centrale di una crescita in area 2% per quest’anno. Resta il fatto che il pil sia ancora di circa un quarto inferiore ai livelli pre-crisi e che la disoccupazione si attesti a quasi il 18%, pur in calo dall’apice del 28% a cui si era portata in piena crisi.Il ministro delle Finanze, Christos Staikouras, ha ribadito all’ultimo Eurogruppo di settembre la volontà di rimborsare anticipatamente parte dei 9 miliardi di prestiti ancora dovuti al Fondo Monetario Internazionale, approfittando dei bassi costi di rifinanziamento sul mercato. Mediamente, i prestiti dell’FMI comportano l’esborso di un interesse annuo del 4,9%, quelli europei dell’1,4%. Ma al momento i titoli di stato a 10 anni della Grecia rendono sul mercato secondario appena l’1,36%, quelli a 25 anni il 2,25%. Dunque, prendendo soldi in prestito dai privati per ripagare i creditori pubblici si riduce il peso degli interessi sul bilancio pubblico e, soprattutto, si rida fiducia ai mercati sulla capacità di Atene di tornare a una lenta normalità dopo tre salvataggi internazionali tra il 2010 e il 2015.Dei circa 355 miliardi di euro di debito pubblico, solo una settantina è in mano ai privati dopo l’”haircut” del 2012. La liquidità degli scambi dei bond è bassissima, ma potrebbe risalire nei prossimi anni con le nuove emissioni e, soprattutto, nel caso in cui la BCE li inserisse nel programma di acquisti condotti con il “quantitative easing”. Affinché ciò avvenga, però, sarebbe necessario che almeno una delle quattro principali agenzie di rating (S&P, Moody’s, Fitch e Dbrs) li promuovesse a “investment grade”, mentre sinora risultano titoli “spazzatura”. Di questo passo, pur a fronte di un rapporto debito/pil al 180%, potrebbe non mancare molto. Sarebbe un toccasana anche per le banche elleniche, in possesso sostanzialmente di tutti i bond sovrani domestici, le quali accederebbero alla liquidità di Francoforte a condizioni meno stringenti e assisterebbero a una rivalutazione degli assets, finendo per poter sostenere l’economia con maggiori prestiti.Grecia: Moody’s pronta a migliorare il rating sul debito, bond in rialzo[email protected]  Condividi suSeguici su


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Amazon e gli algoritmi di ricerca che favorirebbero i prodotti più redditizi: l’inchiesta del Wall Street Journal

Una nuova possibile tegola per Amazon, che accanto alle nuove e innovative idee per consegne veloci, non di rado abbina delle pesanti accuse soprattutto nel mercato americano. Secondo una recente inchiesta del Wall Street Journal, infatti, Amazon avrebbe modificato gli algoritmi del suo sistema di ricerca per favorire prodotti più redditizi ossia che garantiscono profitti più importanti. L’inchiesta del Wall Street Journal ma Amazon smentisceIn base all’inchiesta del Wall Street Journal, come riporta anche Wired, il colosso americano avrebbe modificato gli algoritmi nove mesi fa senza che i clienti si accorgessero “dell’inghippo”. Da quel momento, infatti, i potenziali clienti che si collegano su Amazon per fare acquisti sono portati a comprare quei prodotti che rendono di più all’azienda e non quelli più venduti o con le recensioni migliori. Questa strategia avrebbe dato più risalto ai marchi private label di Amazon.L’inchiesta sta già facendo discutere negli Usa ma il colosso ha già prontamente smentito, tramite la portavoce Angie Newman, la quale ha chiarito che Amazon non ha mai modificato gli algoritmi per favorire prodotti redditizi. Le indagini, comunque, sembrano andare avanti e sicuramente il Wall Street Journal continuerà le sue ricerche. Nuovi progetti in vistaPer Amazon, comunque, i progetti sembrano non finire mai. Dopo i negozi senza casse e le consegne veloci con robot, tanto per citare solo alcune delle più note trovate di Jeff Bezos, il colosso di Seattle aveva di recente pensato ad una warehouse in stile europeo per consegne più veloci nelle grandi metropoli. Si tratta di centri distribuzioni multipiano situati nei centri urbani per consegne in giornata, in quelle città in cui spesso il traffico impedisce di muoversi liberamente e in tempi ragionevoli. Leggi anche: La nuova idea di Amazon: consegne velocissime con la warehouse verticaleAmazon e Poste: accordo storico per consegna in giornata e nuovi servizi per l’e-commerceScrivete a [email protected] Condividi suSeguici su


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L’abolizione del canone RAI è una bufala politica bipartisan, ecco perché non la vuole nessuno

A nome del senatore Gianluigi Paragone e del deputato Maria Laura Paxia, il Movimento 5 Stelle ha presentato questa estate in Parlamento una proposta di legge per l’abolizione del canone RAI. I contribuenti ci sperano, ma sarebbe bene che non vi facessero affidamento, perché ha tutta l’aria di essere cestinata come tutte le proposte che l’hanno preceduta negli anni passati. L’ultima era stata avanzata prima della crisi del governo “gialloverde”, quando i grillini avvertivano la necessità di recuperare consensi nei riguardi dell’alleato leghista. Da allora, di abolire il canone RAI non se n’è più parlato, anche se propagandisticamente un po’ tutti i partiti rispolverano l’argomento a ogni elezione.Sarà pure la tassa più odiata dagli italiani, percepita come inutile e ingiusta, ma i politici non vogliono sentirne di eliminarla. Nel nome del servizio pubblico, propinano un balzello, che aveva forse un senso prima dell’avvento di internet, della TV satellitare, del passaggio al digitale terrestre, ma che appare imbarazzante ai giorni d’oggi, quando l’informazione è alla portata di tutti, vasta e plurale. Viale Mazzini lamenta da sempre una carenza cronica di risorse, ma la verità è che trattasi di un carrozzone pubblico, che la politica utilizza per raccattare consensi (o sperare di farlo) e per piazzare nei palinsesti e negli uffici dirigenziali persone a sé vicine.Canone RAI in bolletta bocciato dal Consiglio di Stato, è caosPolitica unita contro l’abolizione del canone RAIQuesto modus operandi è sempre esistito sin da quando è esistita la RAI e continua ad essere tale anche in tempi di 5 Stelle al governo, nonostante essi abbiano mietuto consensi proprio contro tali pratiche spartitorie. Abolire il canone RAI sgancerebbe la TV di stato dalla politica, perché a quel punto i ricavi arriverebbero esclusivamente dagli introiti pubblicitari, cioè sarebbero legati al mercato, le cui leggi contrastano con quelle dei segretari di partito e dei governi. Per questo, l’area che si rifà al centro-sinistra non accetterebbe sul serio mai di perdere il controllo di un asset, che storicamente gli ha fruttato tante amicizie negli ambienti dell’informazione e della cultura.Attenzione a pensare che la destra ragioni diversamente. Anzitutto, perché ogniqualvolta vada al governo viene assalita da una voglia di rivalsa e allettata dalla prospettiva di controllare reti, programmi e di piazzare propri uomini negli studi di Viale Mazzini. Secondariamente, l’abolizione del canone RAI colpirebbe gli interessi di Mediaset, il gruppo televisivo di proprietà di Silvio Berlusconi, ex leader del centro-destra e ad oggi uno dei principali esponenti dell’area contrapposta alla sinistra. Senza canone, la RAI opererebbe come una normale TV privata, puntando sulla pubblicità e, quindi, facendo diretta concorrenza a Mediaset con programmi dal contenuto commerciale, nonché lottando contro di essa e gli altri gruppi minori per spartirsi la torta della pubblicità, i cui prezzi diminuirebbero. E chissà che la proposta grillina, in fondo, non sia più che altro un’arma che i 5 Stelle agitano per mettere in soggezione proprio Forza Italia.Infine, a nessun politico o partito conviene davvero la privatizzazione della TV pubblica, per il semplice fatto di temere che a rilevarla sarebbe un qualche soggetto di mercato non controllabile, se non apertamente ostile. Perché mai un governo dovrebbe rinunciare a influenzare parte rilevante dell’informazione nazionale (e le stesse opposizioni a godere di una quota di tutela), quando l’alternativa sarebbe di esporsi alle critiche di un editore indipendente? Per questo, l’abolizione del canone RAI sarà sempre una bella iniziativa che si fermerà a un passo dalla sua approvazione formale, un po’ come quando si tenta di tagliare gli stipendi dei parlamentari, confidando che l’avversario non voti mai la propria proposta e finga di presentarne una migliorativa alternativa. Non puoi chiedere al tacchino di anticipare il Natale.Abolizione canone RAI: quella di Renzi è solo fuffa per spaventare Berlusconi[email protected]  Condividi suSeguici su


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Le false recensioni di Tripadvisor aprono il vaso di Pandora dell’economia moderna

Tripadvisor ha comunicato nei giorni scorsi di avere eliminato oltre un milione di recensioni delle 66 milioni inviate tramite il suo sito nel 2018. Ben 2,7 milioni, sostiene, siano state oggetto di approfondimento e alla fine sono risultate “fake” per il 2,1%, anche se il 73% di queste è stato bloccato ancor prima della pubblicazione. La società consente agli utenti di pubblicare commenti su ristoranti, bar, alberghi, case vacanza, etc., insomma tutto il complesso del mondo del turismo, consentendo alla generalità del web di usufruire di giudizi sufficientemente numerosi e attendibili per scegliere con maggiore accuratezza. Il problema sta proprio nell’attendibilità delle recensioni, che la stessa Tripadvisor ammette essere almeno in parte non veritiere.Il caso Tripadvisor e il business delle recensioni falseEsistono diverse criticità nel mondo delle recensioni. Anzitutto, potrebbero essere affette da giudizi sommari, per quanto sinceri, di utenti che sappiano poco quello che scrivono, criticando a casaccio e senza un riscontro reale con la verità dei fatti. E’ così da sempre, ma queste piattaforme rendono permanenti e globalmente diffusi giudizi che altrimenti non sarebbero stati verosimilmente colti da nessuno. E, soprattutto, alcune recensioni sono volutamente negative o positive, in quanto non sincere. Trattasi di utenti che si pongono come finalità di colpire il giro di affari un’attività o, viceversa, di potenziarlo, avendo interessi diretti in gioco o tramite terzi.Negli ultimi tempi, sono sorti persino veri business delle recensioni, impostati sull’invio automatico e massiccio di giudizi positivi o critici, a seconda del mandato (dietro pagamento) ricevuto dal cliente. E sono scattate anche denunce, perché contrariamente a quanto si pensi, le recensioni su Tripadvisor e altre piattaforme sul web non sono un gioco, essendovi in ballo gli interessi di milioni di esercizi nel mondo. Il punto è che la moderna economia si fonda sulla velocità con cui le informazioni possano essere reperite per valutare l’affidabilità di un affare. Le stelle degli utenti corrispondono ai rating assegnati dalle agenzie di valutazione ai titoli del debito di società private e stati. Immaginate se anch’essi fossero fasulli, tendenziosi e atti a far fluire i capitali in una certa direzione.Commenti inopportuni anche dei titolariMa nel mondo delle recensioni a preoccupare non sono solo i commenti degli utenti, quanto l’impreparazione sfoggiata spesso dai titolari nel replicare alle critiche. Le risposte sono spesso sopra le righe, fuori luogo o hanno poco a che vedere con le criticità segnalate, scadendo in offese personali. Anche questa è la spia di un mondo che si è evoluto troppo velocemente e non ha dato il tempo necessario al mercato di prepararsi ai cambiamenti. La comunicazione è diventata un asset fondamentale negli affari, ma non tutti lo hanno colto, né tutti hanno avuto modo di farlo per conoscenze insufficienti e incapacità personali.E così, il web è diventata un’arma a doppio taglio. Da un lato, consente a un’attività di farsi conoscere da una platea illimitata di potenziali clienti di tutto il mondo, dall’altro crea esso stesso le condizioni per contraccolpi d’immagine, siano essi provocati da cause reali o (volutamente) esagerate dai severi giudici di internet. Anziché spingere a migliorarsi, le cattive recensioni, rischiano di peggiorare la qualità del servizio, riducendo clientela e ricavi e finendo per obbligare il titolare a risparmiare sui costi, cioè magari ad accontentarsi di un segmento di mercato più basso. Non sono pochi, infine, i casi di locali che hanno deciso di chiudere battenti e di riaprire sotto altre insegne per scrollarsi di dosso la storia negativa delle recensioni, a volte difficile da superare e che si trasforma quasi in una macchina del fango, una forma di gogna autorizzata.La dittatura del web tra influencer scrocconi e recensioni pilotate[email protected]  Condividi suSeguici su


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Rider, come funziona il capolarato tra i lavoratori del food delivery

Anno dopo anno i lavoratori per le società di food delivery sono in aumento, tanto da diventare una presenza fissa nelle strade delle grandi città. Sono i cosiddetti rider, pronti a scattare sui pedali con lo zaino in spalla ed eseguire quante più consegne possibili per aumentare il proprio livello di eccellenza (e decidere così quando effettuare le consegne). Anche il mondo dei rider non è però esente dai problemi presenti in altri lavori nel nostro Paese. Di ieri la notizia dell’indagine condotta dalla procura di Milano sullo sfruttamento dei lavoratori e sul capolarato, due termini che nel mondo del web sono spesso associati ai lavori più umili.Il capolarato nel settore del food deliveryUn’inchiesta del Corriere della Sera ha portato alla luce le ombre del capolarato sulle strade dei rider che lavorano per le società di food delivery. Il giornalista Antonio Crispino ha raccontato come in piazza Duca d’Aosta a Milano ci sono i fattorini fantasma, tra cui figurano irregolari, clandestini e immigrati in attesa di permesso di soggiorno. Quest’ultimi attendono il ritorno dei loro connazionali, in una sorta di lista d’attesa per poter iniziare anche loro a eseguire le consegne.La vendita di zaini e account sul webIn rete, su numerosi siti di annunci, vengono venduti gli zaini delle principali società di consegne a domicilio. Sono rider che oltre allo zaino mettono in vendita anche il loro account. E qui entra in gioco l’altro elemento di interesse, vale a dire il punteggio di eccellenza. Chi vende il proprio account di rider informa l’acquirente interessato di completare l’acquisto in fretta se non vuole partire da un punteggio di eccellenza basso, a causa del quale si è costretti a effettuare consegne agli orari più scomodi. A Milano, ad esempio, nelle fasce notturne e in condizioni climatiche avverse sono pochi i rider in circolazione, con l’unica eccezione rappresentata la maggior parte delle volte dagli irregolari.Leggi anche: Decreto Tutela del lavoro e risoluzione di crisi aziendali: interessati i rider e dipendenti Whirlpool di Napoli .Condividi suSeguici su


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Addio al contante: la rivoluzione della ‘card unica’ per pagamenti elettronici e identità

La lotta all’evasione ma anche la promozione dei pagamenti con la moneta elettronica per contrastare i pagamenti in contante rappresentano uno dei temi caldi dell’ultimo periodo. L’Italia, infatti, resta tra i paesi in cui si paga maggiormente con i contanti. Allo studio del Governo, proprio per semplificare l’utilizzo della moneta elettronica, c’è una «carta unica». Che cos’è la card unica e a cosa serviràSi tratta di un progetto di semplificazione che ha lo scopo di aiutare a prendere confidenza verso l’utilizzo dei pagamenti elettronici, in particolare per quella fascia di popolazione che ancora oggi usa solo ed esclusivamente i contanti. La notizia è stata riportata da Il Sole 24 Ore grazie alle anticipazioni fornite dal sottosegretario al ministero dell’Economia Alessio Villarosa. La carta unica, in sostanza, funzionerà come una tessera che potrà essere utilizzata anche per i pagamenti elettronici. Ma non solo. La carta, infatti, avrà anche altre funzioni e accorperà anche la tessera sanitaria e la carta d’identità come ha spiegato Villarosa al quotidiano milanese: «Sarà una vera rivoluzione: la carta unica avrà carta d’identità, tessera sanitaria, identità digitale e possibilità di attivare in conto di pagamento presso qualsiasi sportello bancario o postale».Le funzioniLa carta unica, insomma, dovrebbe raggruppare alcune funzioni non solo relative ai pagamenti elettronici ma anche per accedere a visite sanitari, farmaci e servizi delle PA. Da questo punto di vista, quindi, dovrebbe rappresentare una sorta di deterrente contro l’evasione e nello stesso tempo semplificare molte operazioni per alcune fasce come gli anziani. In merito alla PA, oltretutto, questa andrebbe a velocizzare l’obbligo per la stessa di di accettare solo pagamenti elettronici. Il sottosegretario al ministero dell’Economia Alessio Villarosa, ha infine sottolineato che si sta lavorando “sul layout perché deve garantire gli standard internazionali sui quali ci si è accordato con gli altri Paesi”, bisognerà poi pensare alla questione dei dati sensibili.  Leggi anche: Dl Clima, la bozza: dal bonus rottamazione, agli sconti per prodotti sfusi e la piattaforma per la qualità dell’aria .Condividi suSeguici su


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