Perché il cambio euro-dollaro adesso punta a scendere sotto 1,10

Perché il cambio euro-dollaro adesso punta a scendere sotto 1,10

Il cambio euro-dollaro è sceso venerdì ai livelli più bassi dall’inizio di agosto, sgonfiandosi decisamente rispetto a quell’1,12 a cui era risalito nelle prime sedute del mese, quando le tensioni commerciali tra USA e Cina montavano e Pechino reagiva all’imposizione di dazi di Washington con la svalutazione del cambio. Anzi, il cross sta dirigendosi adesso in area 1,10, tanto che secondo Bloomberg sarebbero cresciute al 49% le probabilità di una discesa sotto 1,10 entro la fine del mese.

Cosa sta succedendo?

Quando l’amministrazione Trump aveva annunciato dazi su 300 miliardi di dollari di merci cinesi, il mercato non l’aveva presa bene, temendo un’escalation commerciale a detrimento della crescita globale. A rafforzare i timori vi era stata la svalutazione dello yuan. Da questi atti, gli investitori avevano scommesso su un taglio dei tassi americani più vigoroso di quanto sino ad allora scontato. Poi, lo stesso presidente americano ha rinviato l’inasprimento delle tariffe, alleggerendo un po’ la tensione tra le parti nella settimana che sta per concludersi.

Il cambio euro-dollaro è tornato a indebolirsi proprio nei giorni scorsi e per tre ragioni sopra ogni altra. Innanzitutto, perché la curva delle scadenze negli USA si è invertita, segnalando il probabile arrivo di una recessione per l’economia americana da qui a breve. Lo stesso pil della Germania è arretrato nel secondo trimestre dello 0,1% rispetto al pil, allarmando gli analisti sul ripiegamento dell’economia tedesca, locomotiva d’Europa. Infine, proprio il rinvio dei dazi USA contro la Cina.

L’economia in Germania arretra, ma la sua vera crisi è politica

Eurozona più in crisi di altre economie

Nell’insieme, si ha un quadro sfavorevole alla congiuntura globale, ma mentre l’economia americana sembrerebbe al momento reggere dopo oltre un decennio di crescita, le nubi si stanno addensando sull’Eurozona. In effetti, tra spiragli di trattative USA-Cina e allentamento monetario già in corso, non è detto che l’America avrà bisogno di un taglio dei tassi così vigoroso per scampare alla crisi. Più problematica la situazione dell’unione monetaria, esportatrice netta e per questo dipendente dalla congiuntura internazionale.

Peggio vanno le due principali economie mondiali, più deboli le prospettive per essa.

Sempre in settimana, il governatore finlandese Olli Rehn ha dichiarato che la BCE starebbe valutando l’avvio di un nuovo ciclo di acquisti netti di assets con il “quantitative easing” già al board di settembre, il penultimo dell’era Draghi. Dunque, se è vero che la Federal Reserve possa reagire con altrettanti nuovi stimoli monetari, tali da annullare gli effetti rialzisti sul dollaro, dall’altra parte è pur vero che le condizioni macro non autorizzerebbero ad oggi l’adozione di provvedimenti eccessivamente espansivi negli USA, al contrario dell’Eurozona, dove il rallentamento del pil lascia temere una imminente recessione. Quello a stelle e strisce continua a salire al ritmo di oltre il 2% all’anno.

Per riepilogare, il cambio euro-dollaro si sarebbe indebolito per via del peggioramento della congiuntura mondiale, come segnalato dall’inversione della curva americana nel tratto 10/2 anni. Tuttavia, l’area in maggiore sofferenza appare per il momento quella della moneta unica, che va al traino del resto del mondo, non puntando sulla domanda interna come fanno USA e Cina. Da qui, la previsione di maggiori stimoli che verranno varati dalla BCE, rispetto a quanto farebbe la Federal Reserve. Per il momento, nemmeno il petrolio sotto i 60 dollari sta apprezzando il cross, contrariamente a quanto avevamo previsto che sarebbe accaduto.

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