Sulla strada del Venezuela a causa della moneta sovrana: prezzi su, economia giù

Sulla strada del Venezuela a causa della moneta sovrana: prezzi su, economia giù

Scaffali semi-vuoti, elettricità nelle case assente fino a 18 ore al giorno, pane diventato bene di lusso e un terzo della popolazione denutrito. E’ lo Zimbabwe del presidente Emmerson Mnangagwa, succeduto al dittatore Robert Mugabe dopo 36 anni abbondanti di potere e che aveva fatto sperare in almeno un cambio di passo di quello che fino a inizio anni Ottanta era noto come “paniere d’Africa”.

Invece, torna preponderante lo spettro dell’iperinflazione del 2008-’09, quando l’economia sud-occidentale africana fu costretta ad abbandonare l’emissione di una propria moneta, adottando come unità di conto e per le relazioni commerciali con l’estero di altre, tra cui il dollaro USA.

A giugno, Harare ha posto fine ai dubbi che serpeggiavano tra i 16 milioni di abitanti dello Zimbabwe, quando il governo ha imposto i dollari locali (noti anche come Zim-dollari) quale unico metodo di pagamento. Da allora, i problemi della già sofferente economia domestica si sono aggravati. Di dollari americani se ne trovano sempre di meno per importare beni dall’estero, mentre nessuno crede al valore di quelli elettronici ed equiparati negli ultimi anni ai biglietti verdi. Il loro valore è crollato di circa un quarto in poche settimane, contribuendo ad alimentare l’inflazione, esplosa al 176% di giugno (era al 4% un anno prima), anche se per alcuni analisti la crescita tendenziale dei prezzi sarebbe già intorno al 500%. Su base mensile, i prezzi sono lievitati del 39,3%.

Si consideri che si ha l’iperinflazione per definizione, quando la crescita mensile risulta di almeno il 50% per due mesi consecutivi. Intanto, il pil quest’anno dovrebbe arretrare di oltre il 2% già stimato dal governo. Questo, in un’economia dalle stesse dimensioni di inizio anni Ottanta, vale a dire che non è cresciuta in circa 40 anni.

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Cattiva gestione dell’economia

Proteste sono divampate nel paese e concentrate nella capitale contro l’aumento del carburante per effetto dell’innalzamento delle accise, prontamente represse dal governo, che mostra il suo lato più anti-democratico e non affatto dissimile da quello di tre decenni e mezzo di dittatura.

Quella dello Zimbabwe resta la storia di una cattiva gestione dell’economia e che passa per una moneta sovrana, reintrodotta dopo oltre un decennio per arginare i problemi venutisi a creare con l’adozione di una valuta straniera troppo forte per i commerci, ma che si mostra afflitta da una gravissima carenza di credibilità diffusa tra chi la dovrebbe utilizzare per i pagamenti. Nessuno si fida del governo, ovvero del fatto che stampi solamente le banconote necessarie agli scambi e non finisca per monetizzare l’eccesso di spesa, pari a oltre l’11% del pil nel biennio scorso, circa 10 volte in più dell’ultimo bilancio approvato nell’era Mugabe.

La crisi fiscale genera squilibri della bilancia commerciale, il cui passivo sfiora la media annua del 10% del pil. In assenza di una moneta propria, il disavanzo non è stato lenito dal deprezzamento del cambio. Da qui, la decisione di tornare a una unità di conto nazionale, senonché questa non gode della credibilità sufficiente per non essere percepita quale semplice carta straccia, finendo per alimentare l’esplosione dei prezzi, attraverso il costante indebolimento dei tassi di cambio contro le valute straniere. Harare è la dimostrazione che a risolvere i problemi non possono mai essere coloro che li hanno generati. Lo stesso dicasi per il povero Venezuela, da poco uscito da due anni di iperinflazione, ma senza che le prospettive economiche appaiano minimamente accettabili fintantoché al potere restino Nicolas Maduro e il suo regime di stampo “chavista”, fonte di caos e di pessima governance.

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